Tuesday, December 29, 2009

La pericolosità sociale del vabbè

Molte delle interessantissime conversazioni di questi giorni vertono su "cosa hai mangiato a Natale" (e qua crollano gli indici d'ascolto del blog). Conversazioni che se ascoltate, cosa che di solito non faccio mai davvero, fanno emergere a Napoli la pericolosità sociale di una parolina vernacolare bisillabe: "vabbè". Già, perchè nelle lunghe elencazioni delle vivande compare spesso la parolina in questione, anteposta a portate la cui presenza sul desco natalizio è talmente scontata che quasi non fa notizia. Esempio di conversazione sentita stamattina: "Poi il 27 siamo andati da mia zia che aveva detto, venite, c'è un po' di brodo. Ma la zia aveva messo i tortellini nel brodo, poi c'era la carne con cui aveva fatto il brodo, poi mia madre ha portato il pesce, il capitone, poi vabbè, c'erano le alici fritte, un polpettone, poi vabbè i broccoli, l'insalata di rinforzo (tipico piatto napoletano a base di cavolo e acciughe salate), vabbè c'erano pure noci, nocciole, un panettone atigianale che avevano regalato a mio zio, poi vabbè tutti gli altri dolci natalizi".
Il "brodo" della zia si era trasformato già di per se in un pantagruelico cenone, ma se aggiungiamo anche i piatti del "menù vabbé", si arriva a vette caloriche difficilmente raggiungibili anche nelle mense delle scuole americane.

3 comments:

ottanta/cento said...

Il "vabbé" in questo caso è da tradurre con "ovviamente", giusto?

idefix973 said...

ovvio

Ross said...

Strano intercalare, non mi pare di averlo mai sentito usare così.
Dalle mie parti sono molto più in voga i cioè, i diciamo, le parolacce in dialetto e naturalmente le bestemmie, usate per tenere il segno (una ogni quattro/cinque parole) appena la conversazione si scalda un po'. Sì, siamo molto fini.